DOSSIER SULLA RIFORMA DEI CONSULTORI (1)

DA “BIOETICA. RIVISTA INTERDISCIPLINARE” XIX, 2011, 2, PP. 335-373.
(prima parte)

INTRODUZIONE
LA SENTENZA DEL TAR DEL PIEMONTE SUL PROTOCOLLO PER IL MIGLIORAMENTO DEL PERCORSO ASSISTENZIALE PER LA DONNA CHE CHIEDE L’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA
a cura di Maurizio Balistreri
Nell’ultimo numero della rivista Bioetica abbiamo dato notizia dell’approvazione da parte della regione Piemonte del nuovo Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che chiede l’interruzione volontaria di gravidanza (15/10/2010) . In quell’occasione abbiamo segnalato il ricorso presentato dall’Associazione Casa delle Donne e dall’associazione A.C.T.I.V.A. contro quella parte del Protocollo che prevede che possano convenzionarsi con le Asl solo ed esclusivamente le organizzazioni di volontariato e le associazioni di privato sociale orientate che abbiano nel proprio statuto la finalità della tutela della vita fin dal concepimento. Con il pronunciamento del 15 luglio il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte ha accolto alcuni ricorsi presentati annullando il protocollo approvato dalla Giunta regionale «nella parte in cui prevede, tra i requisiti soggettivi minimi che devono essere posseduti dagli enti no profit per essere iscritti negli elenchi dell’ASL, “la presenza nello statuto della finalità di tutela della vita fin dal concepimento”». Alla base della decisione una palese violazione del principio di uguaglianza: «Il requisito soggettivo della “presenza nello statuto della finalità di tutela della vita fin dal concepimento”, previsto dal protocollo per l’inserimento negli elenchi formati dalle ASL delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni del privato sociale, s’appalesa, infatti, irragionevolmente discriminatorio e stabilito in assenza di specifiche esigenze di limitazione o differenziazione previste da altre norme costituzionali o di legge e tale da ledere la libertà di associazione della ricorrente». Ma il requisito appare al Tar anche arbitrario in quanto «subordina l’inserimento negli elenchi in questione ad un requisito di ordine meramente formale il quale viene in definitiva a costituire soltanto una incomprensibile e ingiusta barriera frapposta ad associazioni/organizzazioni potenzialmente in possesso di requisiti di carattere tecnico/professionale corrispondenti a quelli, assolutamente necessari, richiesti dalle norme di legge per l’esercizio dell’attività cui aspirano». Non è facile comprendere, cioè, la sua finalità, in quanto sono soltanto i requisiti di professionalità che dovrebbero guidare le scelte dell’ASL nell’individuazione delle strutture del volontariato e/o del privato sociale con le quali sottoscrivere le convenzioni. Altre istanze dei ricorrenti sono state invece dichiarate inammissibili. Innanzi tutto, la presunta violazione da parte del Protocollo della legge 22/5/1978, n. 194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza – in relazione agli artt. 2, lettera d), 4 e 5; dell’art. 32 della Costituzione e Risoluzione europea sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi”: «La doglianza è inammissibile, in parte, per difetto d’interesse a ricorrere e, in parte, per genericità». Ugualmente inammissibile, ma per genericità, ancor prima che per carenza d’interesse a ricorrere, viene giudicata la denunciata illegittimità del fine statutario di “tutela della vita fin dal concepimento”, stabilito dal protocollo quale requisito soggettivo necessario per l’iscrizione delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni del privato sociale negli elenchi tenuti dalle ASL per stipulare le convenzioni. Secondo il Tribunale amministrativo, infatti, a prescindere dallo specifico fine statutario perseguito, ogni associazione ritenuta idonea ed ammessa a prestare la propria collaborazione all’ASL è comunque tenuta, nello svolgimento dei delicati compiti di assistenza e supporto alla donna intenzionata ad interrompere la gravidanza: «a norma dell’art. 2, comma 1, lett. d), della legge n. 194, l’assistenza a favore della donna cui sono tenuti i consultori e, conseguentemente, a norma del comma 2 del medesimo articolo, anche le associazioni del volontariato, è, altresì, mirata a contribuire a “far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”, fine che, all’evidenza, la stessa associazione ricorrente, laddove eventualmente ammessa al convenzionamento, sarebbe, quindi, obbligatoriamente tenuta a perseguire, così come la controinteressata Pro Vita non potrebbe, ovviamente, sottrarsi dal fornire alla donna in gravidanza anche tutte le informazioni riguardanti l’esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza». Inammissibili per carenza d’interesse a ricorrere appaiono, inoltre, al Tribunale le istanze contro il pt. 2.2. del protocollo laddove prevede che “durante il primo colloquio, per il quale se necessario e richiesto, deve essere presente il mediatore culturale e/o l’operatore del volontariato e del privato sociale”, in quanto in tali casi vengono in rilievo posizioni giuridiche riferibili unicamente alla donna (e non alle associazioni ricorrenti) e, nello specifico, il diritto alla salute, quello sessuale e riproduttivo, nonché quello di svolgere il primo colloquio con i soggetti deputati a farlo.
La sentenza ha, pertanto, lasciato insoddisfatte sia la Casa delle donne che l’Associazione A.C.T.I.V.A. che per questo continuano la mobilitazione contro il Protocollo che giudicano molto poco rispettoso dell’autonomia delle donne e, di conseguenza, un pericolo gravissimo per i diritti civili conquistati negli ultimi decenni. Nel frattempo, la Giunta regionale del Piemonte ha rettificato la parte del Protocollo relativa al coinvolgimento delle associazioni di volontariato e del privato sociale, riconoscendo la possibilità di convenzionarsi con le Asl alle organizzazioni che presentano nello statuto «la finalità di tutela della vita fin dal concepimento e/o di attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e alla tutela del neonato»: si aggiunge, inoltre, che «in assenza del presente requisito soggettivo è sufficiente il possesso di un’esperienza almeno biennale nell’ambito del sostegno alle donne e alla famiglia».

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