CAMPAGNA CONTRO L’OBIEZIONE DI COSCIENZA

 

CAMPAGNA CONTRO L’OBIEZIONE DI COSCIENZA:

IL BUON MEDICO NON OBIETTA

Nel dibattito sull’obiezione di coscienza non viene quasi mai messo in discussione il principio che gli operatori sanitari possano rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza. La premessa è che una società liberale dovrebbe consentire ai propri cittadini di vivere in maniera conforme ai propri valori e di veder rispettata la propria autonomia. La conclusione è che un medico che non riconosce l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza dovrebbe avere sempre il diritto di non praticarla. Tuttavia, a parte che è paradossale che nel dibattito sull’interruzione di gravidanza il diritto all’obiezione di coscienza venga invocato anche da quelle agenzie come ad esempio le gerarchie della Chiesa cattolica che rifiutano un assetto della società liberal-democratico, il fatto di difendere il valore dell’autonomia e della libertà personale non comporta necessariamente l’accettazione del diritto all’obiezione di coscienza. Non c’è contraddizione del resto nell’affermare che l’autonomia e l’integrità rappresentano valori irrinunciabili e sostenere che per promuovere il benessere generale e la tutela dei diritti fondamentali dei singoli cittadini (ad es. alla salute) è giusto che lo stato limiti gli spazi di scelta dei singoli all’interno delle professioni. È ovvio che lo scenario ideale sarebbe quello di trovare una soluzione che permetta di conciliare il diritto alla salute e l’autonomia del paziente con quella del medico: la libertà della donna di decidere se continuare o no la gravidanza con la libertà del medico di decidere se partecipare o no all’interruzione di gravidanza. Dobbiamo prendere atto, però, che la ricerca di questa soluzione ideale è fallita. I ginecologi obiettori sono ormai più dell’80% e l’obiezione di coscienza cresce anche tra gli anestesisti e le ostetriche superando ormai abbandonamento il50 % e per le donne diventano ogni giorno più difficile riuscire a interrompere la gravidanza. È arrivato il momento di scegliere se tutelare l’autonomia del professionista sanitario (e quindi, del ginecologo, dell’anestesista o dell’ostetrica) oppure schierarsi dalla parte delle donne e della loro battaglia per la libertà e i diritti. La Consulta di Bioetica Onlus ha scelto e il 6 giugno lancerà in tutta Italia la Campagna contro l’obiezione di coscienza “IL BUON MEDICO NON OBIETTA. RISPETTA LA SCELTA DELLA DONNE DI INTERROMPERE LA GRAVIDANZA”. La Campagna ha due obiettivi: da una parte, incoraggiare un dibattito pubblico sulla legittimità del diritto all’obiezione di coscienza a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza e, dall’altra, rendere più chiaro che il buon medico non è quello che non pratica le interruzioni di gravidanze ma quello che sta vicino alla donna e non la lascia sola in un momento difficile. Il lancio della Campagna avverrà il 6 giugno a Firenze al termine di un Convegno organizzato dalla sezione fiorentina della Consulta di Bioetica. In contemporanea si svolgeranno eventi e incontri promossi dalla stessa Consulta e da altre associazioni. Invitiamo tutti a partecipare e a organizzare altri eventi a sostegno della Campagna: per informazioni sulle iniziative e per aderire alla Campagna potete contattare la segreteria segreteria@consultadibioetica.org oppure scrivere a consultaromanadibioetica@gmail.com.

Nella giornata del 6 giugno saranno organizzati eventi, dibattiti e sit in tante città (visita le pagine degli eventi).

Hanno aderito e organizzeranno eventi:  ARCI Officine Corsare, Associazione Laica di Etica Sanitaria, Laicità e diritti, LAIGA, Libera Uscita, Libere tutte, Vita di Donna, Noi donne, Politeia, UAAR e tante altre associazioni (vedi elenco adesioni)

VEDI ANCHE:  LA CAMPAGNA SPIEGATA ALLA RADIO

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7 commenti

  1. Caldoro ai funerali della sanità pubblica in Campania
    Dal funerale dei feti a quello dell’intera sanità pubblica il passo è breve.

    lunedì 16 aprile 2012 | Letto 252 volte | Scritto da Piero Di Blasio

    È necessario, a questo punto, soppesare attentamente altri ordini di considerazioni in relazione all’infelice delibera di giunta regionale in materia di “LINEE DI INDIRIZZO SULLA SEPOLTURA DEI PRODOTTI DEL CONCEPIMENTO”, approvata all’unanimità il 20 marzo e tempestivamente pubblicata sul BURC appena due giorni dopo.Tale delibera, lo abbiamo visto nelle settimane scorse, rappresenta un violento attacco sferrato contro la 194 e ai danni ulteriori delle donne che decidano di ricorrere all’Interruzione Volontaria della Gravidanza (IVG). Fin qui niente (per modo di dire) da obiettare se, in seno alla Regione Campania, i movimenti pro-life detengono la maggioranza. Ho già evidenziato l’inconsistenza etica e giuridica (in altri termini, bioetica) del provvedimento. Che dobbiamo, adesso, analizzare nel merito.

    Un primo, lampante “tratto di originalità” del funerale dei feti concepito da Caldoro, rispetto al funerale contemplato da altre amministrazioni locali in diverse parti di Italia, consiste nel fatto che, a Santa Lucia, non ci si limita ad individuare aree funerarie da destinare al macabro rito. Caldoro & Soci risalgono a monte del problema obbligando “i Direttori Generali delle AA.SS.LL., delle Aziende Ospedaliere, anche Universitarie, nonché degli I.R.C.C.S., anche avvalendosi dei Comitati Etici aziendali,” ad adottare ”le misure organizzative necessarie a garantire che tutte le strutture coinvolte nel processo di interruzione della gravidanza (Unità Operative Materno Infantile, Unità Operative di Ostetricia e Ginecologia, Consultori Familiari) forniscano formali e puntuali informazioni ai genitori evidenziando loro che, su loro richiesta, possono essere raccolti nel cimitero i prodotti del concepimento di presunta età inferiore a 20 settimane”.

    Come si vede, si intende colpire e penalizzare ulteriormente ed esclusivamente l’IVG praticata nelle STRUTTURE PUBBLICHE (nessun riferimento, infatti, alle strutture private convenzionate, secondo tratto distintivo e, direi, anticostituzionale), gettando ulteriore discredito sugli operatori sanitari non-obiettori e sospingendoli pesantemente verso la sponda del quieto vivere dell’obiezione forzata.Appare, infatti, evidente che la delibera intenda colpevolizzare e discriminare i pochi operatori sanitari non-obiettori: si insinua, nella delibera, l’immagine dell’”abortista/macellaio”, accusato di fatto di violare le regole del consenso informato, disposto a ignorare allegramente “che una corretta applicazione, da parte delle Aziende Sanitarie regionali, dell’informazione preventiva nei confronti degli aventi diritto da sottoporre ad intervento di interruzione della gravidanza rende qualsiasi decisione più rispettosa della dignità della persona, oltre che meno traumatica qualora l’informazione è fornita con idonee modalità relazionali”.

    Se si richiede ai Direttori Generali di approntare procedure esplicite (terzo tratto distintivo), in caso di IVG, per informare “i genitori” (sic!) della possibilità di seppellire “i prodotti del concepimento”, oltre a operare una lettura illegittima della normativa vigente, 1) si assume implicitamente che il medico contravvenga sistematicamente all’obbligo di fornire un’informazione adeguata; 2) si attua un’indebita ingerenza, pretendendo di normare la fase sostanziale e ogni volta unica della costituzione dell’alleanza terapeutica, l’informazione al paziente, che deve essere modulata di volta in volta in relazione alle caratteristiche psico-socio-relazionali del cittadino e che, dunque, non può essere inquadrata in rigidi protocolli ma lasciata alla sensibilità e alla professionalità dell’operatore sanitario; 3) si costringe ulteriormente nell’angolo, oberandolo di ulteriori obblighi etico-legali che non gli competono (quarto tratto distintivo), l’operatore non obiettore, rafforzando il clima di sospetto, di disistima, di stigmatizzazione sociale, di auto-colpevolezza che spinge tanti a gettare la spugna e a scegliere la strada più comoda dell’obiezione.

    Anche così si demolisce la 194. Che, in Campania, è unanimamente considerata disattesa.Basta dare un’occhiata all’ultima relazione ministeriale sull’IVG (agosto 2010, dati definitivi 2008), in cui il ministro Fazio interpreta i dati statistici in maniera quanto meno superficiale (“per il 2008-2009 si sono rilevati alcuni problemi nella completezza del flusso dei modelli D12 in alcune regioni (Abruzzo, Campania, Sicilia e Sardegna)”; “ancora una volta va sottolineata la costante diminuzione dell’IVG nel nostro Paese”; “Il tasso di abortività… con valori tra i più bassi di quanto è possibile osservare nel confronto con gli altri paesi industrializzati”…) per rendersi conto della drammatica situazione in Campania. Appare, infatti, evidente che l’interpretazione dei dati ufficiali non tiene conto a sufficienza di fenomeni fra loro correlati come gli aborti clandestini (“la stima, pari a 15?000 aborti clandestini, la maggior parte dei quali si riferiscono all’Italia Meridionale”) e l’obiezione di coscienza (“Nel 2008 si evince un ulteriore aumento generale dell’obiezione di coscienza già presente negli ultimi anni.

    A livello nazionale, per i ginecologi si passa dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007 e al 71.5% del 2008; per gli anestesisti, nello stesso intervallo temporale, dal 45.7% al 52.6%; per il personale non medico, dal 38.6% al 43.3%) che fanno della Campania, come delle restanti regioni meridionali, una regione SOLO APPARENTEMENTE virtuosa.Questo è, sommariamente, il quadro desolante dell’IVG in Campania. Un quadro catastrofico su cui si abbatte il macigno della recente delibera sul seppellimento dei feti che è un nonsenso giuridico e logico se solo si considerano le statistiche ministeriali (“l’80.5% delle IVG viene effettuato entro la decima settimana gestazionale”, “Rispetto all’aborto effettuato dopo i 90 giorni, si osserva che la percentuale di IVG è stata complessivamente nel 2008 del 3.0% (era del 2.8% nel 2007). La percentuale di IVG tra 13 e 20 settimane è stata del 2.3%; quella dopo 21 settimane è stata dello 0.7%, invariata rispetto agli ultimi anni”). Sono certo che nessuna donna che abbia fatto ricorso ad IVG desideri perpetuare lo strazio ritualizzando, con un funerale addirittura, il dramma che ha vissuto. Per le altre donne, la legge del 1990 garantisce un adeguato accompagnamento all’elaborazione del lutto.Eppure una logica è possibile rinvenire, nella delibera di marzo.

    Ed è una logica sconcertante! In Campania si sta, in questi giorni, ultimando il percorso accidentato dell’accreditamento istituzionale (=convenzionamento) delle strutture private: i termini per la presentazione delle domande sono scaduti il 1° di aprile. Il business “ufficiale” (al netto, cioè, degli aborti clandestini) dell’IVG in Campania valeva, nel 2008, per lo meno quindici milioni. Se compariamo questo valore con i dati ufficiali 2008 del ministero, ci rendiamo conto che, in Campania, i privati convenzionati si spartivano già allora una fetta considerevole che ammontava almeno a quattro milioni. Non disponiamo di dati più aggiornati ma tutto lascia supporre che i numeri siano enormemente amplificati: perchè l’inefficienza delle strutture pubbliche nella nostra regione è drammaticamente aumentata ed è sotto gli occhi di tutti, per cui è ipotizzabile che molti più servizi, specie relativi all’IVG, siano “migrati” fuori regione e/o verso le strutture convenzionate.

    La riprova di quanto questo dubbio (che sia in atto un processo intenzionale e doloso di smantellamento della Sanità Pubblica in Campania) sia fondato e ragionevole è tutta nel già citato passaggio della delibera della Giunta Regionale n. 108 del 20/03/2012 che individua come suoi UNICI destinatari “i Direttori Generali delle AA.SS.LL., delle Aziende Ospedaliere, anche Universitarie, nonché degli I.R.C.C.S”. In essa non è possibile rinvenire nessun riferimento alle strutture private convenzionate in cui, pure, viene praticato circa un terzo delle IVG “ufficiali”!I Direttori Generali chiamati in causa devono, a questo punto, far valere responsabilmente le loro ragioni, denunciando, insieme e al fianco dei pochissimi operatori sanitari non obiettori, il clima di intimidazione e di discredito artatamente creato nelle stanze dei bottoni di Santa Lucia. A salvaguardia di meri interessi economici e clientelari spacciati per difesa della dignità e della vita umane! Gli ordini dei medici di ciascuna provincia campana devono avviare al proprio interno un’approfondita riflessione sul futuro della Sanità Pubblica, a difesa dell’autonomia della professione medica. Le cittadine e i cittadini campani devono far sentire la propria voce a tutela del diritto costituzionale alla salute e all’autodeterminazione che nessun putsch affaristico-consortile potrà mai mettere in discussione. Al bioeticista non confessionale spetta l’ingrato compito di analizzare situazioni assai complesse e spinose laddove il “male” si mimetizza spesso dietro il belletto del “bene”… “pro-life” e così sia!

    Piero Di Blasio, Consulta di Bioetica, Sezione Campana

    peterdibi@libero.it

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  2. Obiezione di coscienza e conflitto fra diritti

    martedì 24 aprile 2012 | Letto 271 volte | Scritto da Piero Di Blasio

    Il dibattito bioetico nella nostra regione, durante le scorse settimane, è stato, giustamente, monopolizzato dalla delibera di giunta regionale sul seppellimento dei feti. Sono, perciò, passate in secondo piano alcune delle tematiche che hanno movimentato quello nazionale. E’ necessario, tuttavia, ritornare sull’ennesimo stratagemma dei bio-conservatori che se ne inventano di tutti i colori per imporre in ogni modo la loro visione etica a tutto il Paese: la costituzione di un sedicente “fronte bipartisan” (l’unico esponente di “sinistra” ad aver sottoscritto il documento parlamentare presentato da un gruppuscolo di appena dieci deputati è il solito noto Giuseppe Fioroni) che intende difendere il “diritto” all’obiezione di coscienza dei medici e degli operatori sanitari, specialmente in relazione ai contenuti del testamento biologico. Ancora non abbiamo una legge sulle DAT e già si vuole demolirla, invocando un tale, sacrosanto diritto… Come si è già fatto per la 194.

    La solita deputata ex-PD (ora UDC) Binetti Paola, dalle pagine del solito “Scienza e Vita”, si lancia in un’appassionata filippica in difesa dei diritti e dell’autonomia dei medici, travisando lo spirito di una raccomandazione del Consiglio d’Europa. Le sue argomentazioni sembrano ineccepibili; eppure, ad un’analisi più attenta, rivelano tutti i propri limiti: “Per salvare l’autodeterminazione del paziente si scivola verso l’etero-direzione del medico, si accentua la libertà del primo a scapito della responsabilità del secondo: si mette in discussione il suo diritto alla obiezione di coscienza”.E’ giustissimo: il medico, al pari di qualsiasi altro cittadino italiano, è titolare di diritti sacrosanti, sanciti dalla costituzione e dalla legge.

    Ma quello che troppo spesso si vuole ignorare è collocato tutto sul terreno dell’etica e della bioetica: cosa accade, nel nostro Paese, quando due diritti, sacrosanti entrambi, entrano in conflitto fra loro? Nel potenziale e tutto teorico conflitto fra i diritti del medico e quelli del paziente, quale diritto deve prevalere?

    Quello del medico (che ha scelto coscientemente la propria professione, con tutte le luci e le ombre del caso) o quello del paziente/cittadino che, di certo, non ha “scelto” di ammalarsi?Io non ho dubbi: fra l’autonomia del medico e quella del paziente, quest’ultima viene SEMPRE prima, dando per scontato che consenso informato e alleanza terapeutica siano condizione sine qua non qualsiasi atto medico è illegittimo. Molti medici utilizzano il cavallo di troia della propria autonomia per contravvenire ai principi basilari dell’etica medica stessa. Ma molti altri ne sono vittime più o meno consapevoli; più o meno rassegnate, per esempio nella cosiddetta “medicina difensiva”.No, io, da medico e bioeticista, pongo quotidianamente auto-limitazioni alla mia autonomia in vista di una medicina “patient-centered”. Il mio slogan è: “il cittadino prima di tutto”.

    Se desiderassi esprimere tutta la mia autonomia farei, chessò, il pittore o lo scrittore o l’attore. Non il medico!Eppure sono stato un obiettore di coscienza della prima ora. Quando rifiutare la leva, allora obbligatoria, significava finire davanti a un tribunale militare e subire una dura condanna da scontare nel carcere militare di Gaeta. Per questo posso essere d’accordo con la Binetti quando afferma che “il diritto alla obiezione di coscienza non può essere in nessun modo ‘bilanciato’ con altri diritti, in quanto rappresenta il simbolo, oltre che il diritto umano, della libertà nei confronti degli Stati e delle decisioni ingiuste e totalitarie”. Ma l’affermazione non è applicabile all’obiezione di coscienza del medico che, coscientemente e in piena libertà, sceglie di svolgere una professione che, in se’ stessa, implica la necessità di dover scegliere, QUOTIDIANAMENTE, fra opzioni etiche assai rilevanti.

    Se non se la sente. il medico è libero di svolgere un’altra professione. O di andare a lavorare in un ospedale cattolico: se sceglie di lavorare in una struttura pubblica, deve, in primo luogo, accettare di essere tollerante, laico e al servizio di cittadini la cui morale post-moderna è, inevitabilmente, multicentrica. A mio parere, nel caso delle DAT, l’obiezione di coscienza è inammissibile e intollerabile, in quanto contraddice palesemente i fondamenti dell’etica medica (beneficenza, non malevolenza, autonomia e giustizia); riguardo ad altri ambiti (per esempio, l’aborto) è, oggi, anacronistica: se l’obiezione di coscienza aveva un senso all’indomani dell’emanazione della 194, oggi a distanza di 35 anni, è un bubbone purulento che discredita l’intera classe medica. O uno strumento di negazione della stessa autonomia medica.

    Riflettiamoci un po’. A 35 anni dalla promulgazione della 194, gran parte dei ginecologi “ancien régime” dovrebbe essere pensionata; i nuovi specialisti avranno sicuramente appreso, nel corso degli studi specialistici, che il ginecologo post-194 è chiamato anche ad effettuare aborti. Non può dire di non sapere che, fra i suoi compiti professionali, è contemplato anche l’aborto! Se è contrario, si specializzi, chessò, in odontoiatria! O in otorinolaringoiatria! Oppure, faccia il pittore! Chi lo obbliga?Dove risiede, in tutto ciò, il millantato diritto del medico ad obiettare? Quello all’obiezione, per costoro, è un diritto rientrante fra quelli invocati in mala fede dalla Binetti? O ci troviamo di fronte, piuttosto, a un colpevole, abominevole abuso da parte di un medico irresponsabile? E, se un tale malinteso “diritto” ha diritto di cittadinanza in sanità pubblica (e, di sicuro, non ne ha!), che ne è del diritto all’autodeterminazione della cittadina che si vede costantemente negato l’esercizio del sacrosanto -questo sì- diritto all’autonomia?Non credo affatto che al medico competa un siffatto diritto.

    Il medico o sceglie la sua mission coerentemente (=l’alleanza terapeutica) oppure cambi mestiere! Al medico non può essere consentito di “obiettare”! Non credo neanche al “ravvedimento” di settantuno ginecologi e mezzo su cento, che hanno optato per l’obiezione di coscienza; non posso ritenere credibile il dato ministeriale che “nel 2008 si evince un ulteriore aumento generale dell’obiezione di coscienza già presente negli ultimi anni. A livello nazionale, per i ginecologi si passa dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007 e al 71.5% del 2008”. Che vuol dire? Che 13 ginecologi su 100 che praticavano l’aborto nel 2005, si sono pentiti e sono rinsaviti? Non credo in un simile rinsavimento: credo, piuttosto, che esso sia il frutto di un’indebita pressione, materiale e psicologica, con un corollario di discredito, stigmatizzazione e mobbing che assottiglia sempre più le fila di quei medici che ancora agiscono in scienza e coscienza.Questo è lo stratagemma vincente adottato da Binetti & Co.

    Questo è l’identico stratagemma che la giunta Caldoro vuole adottare in Campania riguardo al seppellimento dei prodotti del concepimento: spingere forzosamente il medico ad obiettare, in nome della tutela di un diritto (quello all’obiezione) che, di fatto, non esiste!

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  3. http://www.youtopic.it/notizie_online/rimettere_al_centro_la_donna__947.aspx

    Rimettere al centro la donna.
    Napoli contro l’obiezione di coscienza in sanità.

    domenica 27 maggio 2012 | Letto 237 volte | Scritto da Piero Di Blasio

    Ennesima settimana di fuoco, per la bioetica italiana. Con il crollo delle ideologie, malgrado la crisi economica che attanaglia l’occidente post-moderno, la conflittualità sociale si è progressivamente spostata dalle fabbriche nelle corsie degli ospedali. E il nostro parlamento, sempre più spesso, viene chiamato in causa per tentare di risolvere questi conflitti. In realtà, non tutte le ideologie sono crollate allo stesso modo; ne sopravvive stancamente sia pure rumorosissimamente ancora una insensatamente ancorata a una concezione anacronistica di un divino sempre più confinato negli spazi siderali. Ma con i piedi ben piantati sulla terra, quel fazzoletto di terra d’Oltretevere dove affondano le radici secolari di una gerarchia ecclesiastica sempre più autoreferenziale. Engelhardt, il mio “just a little bit older brother”, ne ha sapientemente (ossia, ricorrendo al metodo filosofico) smascherato le dinamiche e denunciato definitivamente le insanabili contraddizioni. L’ideologia cattolica romana è morta e la società occidentale contemporanea è, per il cristianissimo “Tris”, non solo post-moderna ma anche post-cristiana. Senonchè, gli spasmi di morte di questo pachiderma antidiluviano, di tanto in tanto, complici i soliti rianimatori per professione-ma-non-per-vocazione (Binetti & Co., quegli stessi che ci vorrebbero tutti intubati e torturati ad oltranza), ci costringono, noi liberi pensatori, ad un continuo affanno per sventare i tentativi di imporre un’ “etica” di parte in ogni modo. E soprattutto attraverso l’ ultima invenzione: la biogiuridica. Ovvero, la strategia di normare tutte le questioni bioetiche sensibili. Possibilmente mediante leggi restrittive.

    Martedì eravamo, perciò, tutti a Roma. E, mentre in Parlamento si discutevano le quattro mozioni sull’obiezione di coscienza, noialtri, infradiciati da una serie di temporali tropicali, ci interrogavamo sul concetto stesso di coscienza e sui tantissimi guasti che l’obiezione di coscienza in sanità ha prodotto ed è destinata a produrre ulteriormente, presso la Biblioteca del Senato. Eugenio Lecaldano, da grande filosofo qual è, ha, a parer mio, detto qualcosa di definitivo: “si rendono espliciti gli equivoci e l’inadeguatezza di molti degli appelli alla «coscienza morale» alla luce della critica che viene fatta alla portata di tale coscienza ove non sia radicata nella responsabilità personale e voglia essere fatta valere per la vita di tutti gli esseri morali”. Mi sono dato una bella zappa sui piedi: cos’altro potrei aggiungere a un’analisi tanto lucida? Mi consolo pensando che neanche la Binetti -nè i troppi ginecologi dalla “coscienza” ipertrofica- possono più dire niente. Mi piace, però, citare il parere espresso in quella sede da un collega medico, un altro “grande vecchio” della bioetica italiana, Carlo Flamigni, il padre della “fecondazione artificiale” in Italia: “ La legge 194 va cambiata, certo. Per esempio va abolita l’obiezione di coscienza che, nei fatti, impedisce alla donna di avvalersi di un diritto garantito per legge e, per di più costituisce un rischio per la sua stessa salute. I reparti di ginecologia inizino almeno a non assumere più obiettori. E si rimetta al centro la donna”.

    Di tutto questo stiamo discutendo, in questi giorni, anche a Napoli. Anche a livello istituzionale. Specie in risposta all’infelice uscita di Caldoro sul “funerale degli embrioni”. Anche noi abbiamo la nostra brava croce da sopportare! La campagna “non lasciarla sola”, che la Consulta di Bioetica onlus lancerà il sei giugno con manifestazioni in tutte le principali città italiane (ma un po’ ovunque anche in provincia) sta, infatti, coagulando energie forti e consapevoli anche da noi. A iniziare dall’Amministrazione Comunale che, grazie all’amorevole interessamento dell’assessora alle pari opportunità, Giuseppina Tommasielli, ha saputo intelligentemente raccordare queste energie. Energie intensissime che sapranno scuotere le “coscienze” tutt’altro che sonnacchiose di tutti noi: l’energia di Giuseppina Cersosimo, sociologa medica dell’Università di Salerno, quella di Simona Ricciardelli del Comitato Campano per la 194, quella di Pina Florenzano e Francesca Girardi della Consulta di Bioetica onlus, quella di Stefania Cantatore dell’UDI… Sono solo alcuni dei prestigiosi, autorevoli contributi che la Campania porterà, con orgoglio, alla riflessione nazionale. Con la voglia -non tanto uno sterile impegno- di continuare, insieme, anche dopo il sei giugno. Ci siamo incontrati, persone geneticamente refrattarie all’omologazione, e abbiamo ri-scoperto una comunità di intenti insospettata. E faremo il punto il sei di giugno, a Napoli. In questa data, lettore, ti promettiamo fuoco, fiamme e scintille -chiamiamolo più asetticamente “entusiasmo- con la kermesse che abbiamo organizzato presso la sala Gemito a Piazza Museo. Alle dieci del mattino.

    Ci sarai anche tu, vero?
    Per “Non lasciarla sola”…

    Rispondi
  4. Piergiorgio Duca

     /  dicembre 12, 2012

    A proposito di obiezione di coscienza alla leva e del medico: quando mai si è visto un obiettore di coscienza pretendere di far carriera nell’esercito, divenhtare magari colonnello obiettore. In sanità avviene regolarmente, anzi in alcune regioni l’obiezione fa curriculum.

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